Sandro Colombi (Uil). Video musicale con agente di polizia appeso a testa in giù: conferma la tendenza a scaricare l’aggressività verso i dipendenti pubblici 

Si stanno levando forti proteste nei confronti di un “rapper” che ha caricato un video su YouTube in cui viene mostrato un poliziotto appeso a testa in giù. C’è chi invoca la censura e chi punizioni esemplari. Sul tema della libertà di parola mi limito a dire che in uno Stato di dritto la critica e il dissenso non dovrebbero mai essere sopra le righe.

E in questo senso il “rapper” in questione ha sbagliato di grosso. Ha sbagliato perché non ha tenuto contro delle conseguenze delle sue azioni. Seminare un odio omicida è irragionevole e pericoloso per tutti. La libertà di parola è un principio sacrosanto, ma non può essere utilizzato per negare il rispetto che si deve alla vita altrui. In questo caso vanno discussi i termini dell’applicazione di un principio a cui nessuno di noi vuole rinunciare.

Mi rendo conto che si tratta di una discussione difficile, ma è inevitabile. Fatta chiarezza su questo punto mi chiedo perché è potuta accadere una cosa del genere. Intanto va detto che da quando lo spettacolo è diventato un’industria, dare scandalo è un modo per attirare il pubblico, ottenere notorietà e mettersi in tasca qualcosa. Non sappiamo quanto ancora funzioni, ma se qualcuno ci prova evidentemente ne ricava un profitto.

D’altra parte lo spettacolo è prevalentemente un mondo di disoccupati e precari e ogni mezzo diventa lecito. Probabilmente simili provocazioni non verrebbero in mente a nessuno se nell’industria culturale il lavoro fosse meglio tutelato e garantito. Fermo restando che la madre dei cretini è sempre incinta.

Nell’inaccettabile comportamento di questo “rapper” vedo dunque parecchia disperazione. Ma mi faccio anche un’altra domanda: perché tutta questa violenza? Per bucare il video, e questo l’abbiamo costatato. Ma credo ci sia dell’altro: stiamo diventando una società di tutti contro tutti dove ognuno sceglie il proprio nemico da abbattere.

Oggi il poliziotto, domani qualcun altro. E guarda caso spesso si tratta di lavoratori del pubblico impiego come gli insegnanti, i vigili urbani, il personale sanitario e il personale che garantisce la sicurezza dei cittadini. D’altra parte il dipendente pubblico è un bersaglio fin troppo facile: è in prima linea nel sociale. Il “rapper” in questione ha la sua parte di responsabilità, e su questo non ci piove. Ma non è un estraneo a questo mondo, non è un alieno. È figlio di questa società. È un prodotto della sua cultura.

Se è arrivato a fare quel che ha fatto è perché non si hanno più valori forti, è perché il rispetto dell’altro, anche se considerato un avversario, si è affievolito a tal punto da invocarne la morte. Il che, come ben sappiamo, è una scorciatoia infantile. E tuttavia quando sempre più spesso si legge di aggressioni a dipendenti pubblici occorre assai più un intervento politico che repressivo. Il sindacato è pronto a fare la sua parte. Il governo? Ma i politici non sono gli unici che vorrei chiamare in causa. Penso anche a tanta stampa che si diletta a denigrare i dipendenti pubblici facendo perdere il senso della loro utilità sociale. Quando la smetterete?

Sandro Colombi, Responsabile del Dipartimento Sicurezza Uil

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